L’allineamento della pecora pigra

Milizie dell'Isis in Iraq (da Google Images)

Milizie dell’Isis in Iraq (da Google Images)

Il malcostume di rigettare l’opinione altrui senza nemmeno averla ascoltata fino in fondo è uno sport al quale di diritto competiamo ai primi posti a livello internazionale. Pigri nel leggere – siamo d’altronde nel mondo del web delle “500 parole, non di più perché altrimenti i lettori si annoiano” – ci limitiamo a scandalizzarci seguendo il parere di opinionisti che spesso sono di parte, ma spesso non sanno nemmeno di cosa parlano. Tutto perché non siamo capaci di perdere qualche minuto del nostro prezioso tempo per informarci direttamente.

Scrivo a proposito della proposta nata in questi giorni a riguardo della necessità di discutere con l’ISIS. A mio parere non contiene niente di scandaloso. È solo una riflessione che porta ad un paio d conclusioni magari non condivisibili ma sicuramente sulle quali è giusto ragionare. Le premesse del ragionamento, inoltre, sono tutt’altro che banali. Si percorre la vera storia del Medio Oriente e dell’Iraq, dell’insieme di popolazioni messe insieme secondo logiche antiquate dalle potenze occidentali nella prima parte dello scorso secolo, logiche che non tengono conto delle popolazioni residenti, logiche che tuttora costituiscono una delle principali fonti di fatturato delle industrie di armamenti, di instabilità per la regione e per il mondo intero.

Ma la nascita dell’ISIS è tutt’altro che imprevista: è solo l’albero maledetto nato dai semi di odio seminati dalle potenze che hanno giocato, sulla pelle dei popoli sottomessi alle dittature create appositamente per gestire con violenza delle situazioni ingestibili, dittature appoggiate fino a quando hanno fatto comodo (vedi Geddhafi e Saddam Hussein) e messe all’indice quando hanno osato ribellarsi usando gli stessi metodi adottati per decenni contro le proprie popolazioni.

Che poi si parli di terroristi in modo generico e si accosti il terrorismo rosso, nero, quello di Hamas e quello dell’ISIS, è un’ignoranza imperdonabile alla quale pochi politici italiani si sono sottratti. Queste forme di terrorismo dovrebbero avere nomi diversi, seppure spesso i mezzi sono stati identici. Il terrore diffuso solo per ideologia è diverso dal terrore sparso per difendere il proprio paese da un aggressore altrimenti inaffrontabile. Allo stesso modo, il terrore e la morte portata dall’ISIS non hanno nessuna giustificazione, sono terrore e orrore diffuso per spaventare i non sunniti per indurli a lasciare il territorio del califfato.

Ma l’ISIS non è un insieme di matti sanguinari, o meglio, è più di questo. Come riportano anche altri giornali come il Corriere della Sera (di certo non un giornale di politica estrema), l’ISIS può sopravvivere grazie all’appoggio di parte della popolazione civile Sunnita che sfrutta la fuga delle popolazioni perseguitate per impossessarsi dei loro beni, la religione è solo un pretesto. L’ISIS è un oggetto creato e armato dagli americani per combattere il regime di Assad, oggetto scappato di mano quando i miliziani hanno capito che conquistare i pozzi di petrolio Iracheni era più conveniente rispetto al territorio senza grande risorse che è la Siria. Ma non basta questo a definire lo scenario: l’Iraq è comunque una terra inesistente, composta da popolazioni diverse, Sunniti, Sciiti e Curdi che non potranno mai vivere sotto la stessa bandiera se non scannandosi tra di loro. Non sono d’accordo con l’opinione di alcuni parlamentari, che vorrebbero evitare di armare i Curdi solo perché appoggiati dagli americani: hanno diritto a difendere la propria gente dai barbari dell’ISIS, a difendere le loro case e il loro diritto ad avere una patria.

Che si debba discutere con lo Sceicco, è un altro paio di maniche: sicuramente bisogna trovare un modo per levare le basi dell’appoggio della popolazione Sunnita ai sanguinari dell’ISIS, ma bisogna sopratutto trovare il coraggio di pensare per la regione – e in generale per il mondo arabo (e non) in conflitto – un modo per superare l’idea dei confini intoccabili e pensare all’idea dei confini giusti. Per la Palestina, per la Libia e per l’Iraq. 

E magari iniziare a pensare ad un mondo in cui le fabbriche di armi non siano più nell’economia di una nazione la ruota motrice dalla quale non si può prescindere e per la quale si è disposti a condannare un popolo al massacro, sia la nazione gli Stati Uniti, l’Europa, Israele o la stessa Italia.

Riferimenti:

– The Atlantic: Hillary Clinton: ‘Failure’ to Help Syrian Rebels Led to the Rise of ISIS

Leonardo

Blogger

Potrebbero interessarti anche...

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *