Un buco nella coscienza chiamato Palestina

Hebron, 28 Settembre 2013. Un bambino, fermato e bendato. Non tornerà a casa.

Hebron, 28 Settembre 2013. Un bambino, fermato e bendato. Non tornerà a casa.

Chiarisco innanzitutto. Io non sono titolato a parlare di questo argomento e quanto conosco è esclusivamente dovuto all’opera incessante di Samantha Comizzoli, attivista che cerca di portare alla luce attraverso il suo blog un mondo intero di repressione, di crudeltà, di soppressione dei più elementari diritti civili che non trova spazio in nessuno dei giornali nazionali, probabilmente nemmeno in Europa.

La realtà è cruda, sconcertante, sopratutto perché come tante altre realtà viene soppressa nel silenzio non appena viene passato il confine. Eppure le notizie sono tragiche. Una serie di provocazioni assurde, civili uccisi dai militari israeliani senza alcuna provocazione, a volte con scuse ridicole che vengono smontate non appena viene preso in esame il caso. Come quello del civile ucciso ad un posto di blocco perché avrebbe cercato di prendere la pistola ad un militare, salvo poi scoprire che il civile era un giudice ben conscio di come ci si muove in certi contesti. La telecamera al confine? Non funzionante.

Quest’ultimo caso è solo uno dei tanti che ogni giorno, più volte al giorno si ripetono nella striscia di Gaza ed esasperano i Palestinesi rendendo loro la vita impossibile. E quando la reazione non può che essere quella della disperazione e del coraggio, 70 missili realizzati in modo tradizionale lanciati verso il nulla in modo chirurgico, equivalenti ad un sasso lanciato contro un muro, sono una voce che si perde in un vuoto di informazione che ormai è la caratteristica di questa civiltà, distratta dalle piccolezze e dalle grandi paure, concentrati a salvaguardare il pane quotidiano.

Ovviamente la reazione brutale dell’esercito israeliano non si è fatta aspettare, puntuale come un esattore. E come sempre, dall’inizio del conflitto più di 60 anni fa, entrano nei villaggi e nelle abitazioni, distruggono, terrorizzano, se la prendono anche con i ragazzi e i bambini, terrorizzandoli e umiliandoli, pronti a sparare a qualsiasi accenno di reazione, fosse anche una pietra. Tutto questo insieme alla limitazione degli spostamenti, alla demolizione delle case, alla distruzione degli ulivi. Nessuna pietà.

Nessuno può fermare questo, sicuramente non i Palestinesi e non da soli. Lo stato israeliano, la faccia e la feccia ultraortodossa che non conosce il significato di “diritto civile” applicato al popolo che vuole distruggere, è armato fino ai denti e può competere senza temere anche un esercito ben organizzato, figuriamoci la resistenza Palestinese. Chi può veramente fare qualcosa sono gli stessi israeliani, i civili che pur vivendo a poche decine di chilometri, come gli europei vivono lontano da queste vicende, sono disinformati dai media nazionali che nascondono e spesso travisano, trasformando i civili Palestinesi in un unica grande banda di terroristi. Tutto questo nonostante la presenza e gli sforzi di attivisti israeliani che spesso vengono arrestati e detenuti ingiustamente, le cui storie sono altrettanto sconosciute rispetto agli eventi raccontati in precedenza.

E noi, europei, non possiamo essere complici di tutto questo. Fermiamoci un attimo, leggiamo, informiamoci, diamo un senso al sacrificio di chi si vuole fare sentire e di chi vuole fare sentire il grido di dolore che proviene da quella terra. Basta un gesto, a volte una semplice condivisione, può fare la differenza.

Leonardo

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